I giovani imprenditori lucani e il desueto modello industriale

Non mi sono mai cimentato con questioni nazionali filtrate o  plagiate da editorialisti di successo.

Ho sempre preferito sviscerare argomentazioni di natura regionale grazie alla modesta conoscenza derivatami da oltre trentasette anni di “emerito” servizio pubblico.

Sono basito, impietrito, attonito e privo di forza di reazione per  il comportamento ondivago e ambiguo di Bersani e dei suoi silenziosi e complici  collaboratori lucani.

Sono esterrefatto pure da tanta sordità ,da tante ipocrisie e da tante manifeste incoerenze.

Pur tuttavia dobbiamo continuare ad essere ottimisti della volontà.

Se il futuro , come sosteneva Benedetto CROCE, è lo specchio del presente non possiamo certamente  gioire.

Non possiamo certo gioire con le interviste di Iudicello e la sua vacuità parolaia condita da una grande scoperta, “Potenza è un paesone e non una città moderna”.

Nonostante questa negazione assoluta di “qualsiasi libertà coniugata con la cultura”, per dirla, alla Di Consoli, vogliamo provare a riproporre argomentazioni serie riflettendo, ancora, una volta, sull’imprenditoria lucana  del futuro.

Imprenditoria del futuro poco dibattuta sul Quotidiano e sulle altre testate regionali.

Il  Convegno Nazionale dei giovani imprenditori tenuto, qualche tempo fa,  a Capri, ci ha fornito, purtroppo, uno spaccato lucano, poco promettente.

La presenza rilevante di “imprenditori edili” ci ha fatto capire che la maggioranza degli stessi è annidata in questo “tradizionale” settore.

Un settore che crea sì  occupazione e mette in moto un buon “effetto moltiplicatore”, senza far crescere nè una città moderna ne una  classe imprenditoriale di rispetto.

Tutto ciò non ci soddisfa.

Siamo ancora alla ricerca, dopo oltre quarant’anni di ambiguo sviluppo industriale, di un vero e peculiare modello, tutto lucano.

I sepolti lunghi elenchi della 488 ci hanno riportato sempre gli stessi “noti di sempre”.

Questi noti di sempre che ci hanno portato al disastro e alla protezione del politico di turno.

Una protezione che si è caratterizzata da una imprenditoria “garantita” e da una rapida dismissione.

Le interviste ai vari presidenti della Confindustria lucana da parte del Quotidiano hanno messo in rilievo fumose ricette e un familismo troppo accentuato.

Noi lucani siamo molto bravi a fare analisi lucidissime, a scoprire tante storture  ed eccessi quotidiani, ma, siamo tanto carenti in “fatti produttivi”.

Importiamo da sempre modelli gestionali e imprenditoriali che non ci appartengono.

L’esempio più eclatante in questo senso è dato dai Poli di sviluppo degli anni settanta (compreso il devastante polo chimico) e i  recenti Distretti industriali (ad eccezione della corsetteria di Lavello) caratterizzati da:

– sudditanza psicologica e materiale;

– mancate joint ventures;

– deserto imprenditoriale.

La mancanza di adeguate infrastrutture e un valido contesto di riferimento, hanno fornito gli alibi agli industriali del Nord , lautamente finanziati dalle legge 219, al mancato reinvestimento delle produzioni, poste in essere, dopo le  grandi “abbuffate” post sisma.

Se la Confindustria  lucana  fosse intervenuta  adeguatamente e avesse avuto almeno un pò di coraggio in più, non ci sarebbe stato questo disastro.

In tal caso  avremmo avuto la stessa dignità   della Confindustria siciliana e non avremmo avuto tante aree ignobilmente dismesse.

Fatta questa debita premessa  ci accorgiamo  sempre più che l’industrializzazione in Basilicata non si è mai tramutata in qualcosa di veramente lucano.

I  giovani imprenditori edili lucani presenti  al  Convegno di Capri ne sono  la disarmante conferma.

La prova provata di tutto ciò è l’assoluta mancanza di imprese lucane nell’indotto FIAT SATA di Melfi nonostante la riflessione ultima della FISMIC.

In queste condizioni l’industria del Nord  che si insedia in Basilicata snobberà  per sempre il territorio e il suo contesto ambientale (vedi Fonti minerali del Vulture con le umilianti royalties incassate dalla Regione) ma la sensazione è sempre la stessa (identica a quaranta anni fa):

L’industria del Nord gode di due importanti tasselli:

– il primo è dato dalla consapevolezza che la stessa  si è  insediata in una isola felice senza vincoli di sorta;

– il secondo è dato dal forte potere contrattuale derivato dall’ambito”posto di lavoro”.

Come uscire da questo ambiguo, subdolo e pseudo sviluppo industriale.

Una ricetta concreta era determinata dai progetti  formativi finalizzati all’occupazione nella PMI e nella  micro impresa artigiana.

Un solo dato:

La Fiat ha ricevuto dallo Stato  6000 miliardi di vecchie lire ( 6000 posti di lavoro negli anni ’90).

Un progetto formativo regionale  finanziato interamente dal Ministero del Lavoro, grazie all’art. 26 della l. 845/78, ha posto in essere, nello stesso periodo,   oltre 3000 assunti, con un costo medio di 6 milioni di lire a “posto di lavoro”.

Il segreto di tale successo è stato nell’inventare la figura del FTP (formatore tecnico pratico), ascritta direttamente al titolare dell’azienda, e, soprattutto, nel lavorare per la prima volta in Basilicata, con una seria selezione degli addetti più preparati e con una struttura in grado di programmare e concretizzare gli interventi .

Interventi attivati sia sotto il profilo qualitativo della domanda , sia sotto il profilo quantitativo dell’offerta.

A tal proposito il  rapporto annuale  dell’ARSA (azienda regionale per lo sviluppo dell’artigianato) sullo stato delle micro imprese ed aziende artigiane  non esiste più,  a causa di una scellerata “politica di tagli”,  voluta dall’allora Giunta regionale.

Una politica di tagli (datata anni novanta) che ha avuto il sapore della “vendetta”.

Il disimpegno di allora appariva ed appare, ancora oggi, strumentale e e del tutto immotivato.

Con questi presupposti è difficile sperare in uno sviluppo autopropulsivo.

E’ difficile immaginare uno sviluppo  lucano senza salvaguardare la nostra dignità, le nostre identità, e i nostri SAPERI.

E difficile in questo deserto imprenditoriale ipotizzare quel soprarichiamato   modello progettuale formativo.

E’ difficile ,oggi più di prima, ipotizzare un modello progettuale che trovi la forte motivazione nelle problematiche, legate all’occupazione.

Ieri, invece, con il massimo coinvolgimento delle strutture produttive e, soprattutto, nella conferma di una attenzione particolare rivolta dalla programmazione regionale alle imprese minori, si sono potuti approntare efficaci strumenti di sostegno con risultati davvero sconvolgenti.

Oggi forse è del tutto scemata l’attenzione della Regione verso l’impresa minore.

Non vi sono più strumenti validati (lo dobbiamo ricordare a Barca e Pittella) e riconosciuti sul campo che producono la vera occupazione.

Siamo nel pianeta dell’occupabilità (con le disarmanti ripercussioni) e i risultati sono desolanti, sconfortanti e scoraggianti.

Per un corso di 15 unità rivolto a  figure specialistiche, non finalizzato, senza alcuna prospettiva di natura occupazionale e professionale, qualche tempo fa  si sono presentati 118 laureati in Ingegneria, tutti targati, UNIBAS.

E’ un  dato che fa riflettere le persone di buona volontà e non ha bisogno di ulteriori commenti.

mauro.armando.tita@alice.it

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