Il giornalismo lucano tra “Padri provinciali e Fra’ Cristofori” e i pecoroni di sempre

Il turno di ballottaggio e l’esito delle elezioni all’Ordine dei Giornalisti della Basilicata, pur, condito,  dall’accorato appello di Nicola Piccenna non ha subito scossoni.

Non ho mai fatto richiesta di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti della Basilicata, non certo per taccagneria.

La mia tessera stampa  n. 073/DG rilasciata nel lontano  18 dicembre 1981 dopo oltre tre anni di intensa collaborazione con “Cronache Italiane” e “IL MERIDIONALE” non è stata più rinnovata.

Non è stata rinnovata per  altri interessi professionali e per pura sciatteria.

Oggi, forse, con il pensionamento la mia volontà di fare  “giornalismo”  di opinione e di denuncia è tornata quasi per incanto.

E’ tornata con tale impeto e passione, per dirla, alla Goethe, che quasi mi impaurisce.

Mi impaurisce il pensiero unico e mi impaurisce, soprattutto,  il pennivendolo di sempre mascherato di buone intenzioni, ma, tanto, tanto, attento a non disturbare il “manovratore”.

Tanti pennivendoli, pur denunciando lo squallore della rimborsopoli non demordono di un millimetro dalle “dependances” del partito/regione.

La nostra matura età ci consente  di conoscere il popolo orgoglioso degli emigranti lucani (io ne sono figlio come Di Consoli) e di conoscere a fondo l’altro popolo,  quello, prono e sottomesso ai voleri  del politico di turno.

Quel popolo che ha condizionato la democrazia lucana e ha  gonfiato a dismisura la “Democrazia Cristiana”.

Un popolo bue che ha prodotto effetti devastanti nelle varie P. A. lucane ingrossate di  impiegati di basso profilo,  di uscieri e di bidelli.

Conoscevamo il pensiero unico doroteo lucano e le maggioranze bulgare in tutte le amministrazioni locali, provinciali e regionale.

Tanti pennivendoli del sistema democristiano accompagnavano la penna alla carriera.

Carriera che non è mai stata “dimenticata” dai Politici di rango.

Su questo campo ho avuto modo di denunciare le cencelliane e umilianti assunzioni in RAI UNO, DUE e TRE e soprattutto in RAI /Basilicata, integrate  da un violento attacco dell’allora capo redattore Cantore e da una stupenda difesa del direttore Leporace.

Ancora oggi vi sono giornalisti lucani pronti all’apologia di quel  passato monocolore e di quel sistema tribale democristiano.

Tribale, nell’accezione peggiore del termine.

Chi era, fuori tribù, anche, se, democristiano, e, pur, in possesso di  intelletto e conoscenza, come Tommaso Morlino (già Presidente del Senato e Guardasigilli), non doveva  essere candidato in Basilicata.

Morlino con la sua serietà politica e con la sua professionalità faceva paura al Colombo, oggi tanto idolatrato.

Si doveva  confinarlo a COMO! (sic).

Sono queste le serie  ragioni  che,  da cattolico del dissenso e da cristiano per il socialismo, mi fanno sentire  più Fra’ Cristoforo che “Padre” provinciale (quello fagocitato dal Conte Zio di manzoniana memoria).

Oggi per la cosiddetta intellighenzia lucana e per i poteri forti consolidati ( compresa la stampa lucana) prevale sempre  il Conte Zio e i  vari “Padri Provinciali” pronti alla sottomissione più deleteria.

Il deficit di democrazia in Basilicata è ancora tanto presente nonostante l’effimera vittoria grillina.

Il “dio” minore dell’ interesse e della clientela è sempre più forte.

E’ una sorta di peccato originale.E’ nel DNA di tanti pecoroni lucani.

Perfino i nostri migliori opinionisti di Centro-destra o Centro-Sinistra sono, purtroppo, allocati nelle segreterie dei vari Rosa, De Filippo o Rosy Bindi.

Tutto ciò sta a testimoniare lo slogan, ieri berlingueriano, oggi berlusconiano, del Partito di Lotta e di Governo.

Il pensiero unico che vale per tutti i poteri forti della Regione vale soprattutto per la Stampa lucana.

Qualche tempo fa Di Consoli ci scuoteva ulteriormente con la cruda affermazione:”Siamo tutti ridicoli, tutti da mandare a casa, tutti complici del sistema”.

Questa cruda affermazione vale per me e Di Consoli, ma,  soprattutto,  per tanta parte  dei giornalisti lucani.

Tanti giornalisti, quasi, un esercito, i cui profili sono nati nei movimenti giovanili della DC, nelle grige e piatte redazioni locali dell’UNITA’ o nei circoli snob di Maritain e dintorni non demordono.

Lo specchio fedele del pensiero unico è fornito dalle nomine targate “Ordine dei Giornalisti”.

Non si va oltre il consolidato. (RAI/Basilicata o Gazzetta e dintorni)

Purtroppo, dall’altro lato, i Michele Santoro, i Travaglio, i Fazio, i Gilletti, i Floris  e gli altri narratori della crisi (con i loro ricchissimi contratti garantiti da Rai e La 7) non hanno ancora annunciato di volersi ridurre lo stipendio.

Sembra una delle tante verità nascoste dal pensiero unico.

Verità nascoste e latenti.

Questi  mercanti del frastuono con  la loro “agonia ciarliera” soccombono di fronte all’orgoglio dell’umiltà.

Se Marcel Aymé sosteneva che l’umiltà è l’anticamenra di tutte le perfezioni, allora ben venga l’umiltà.

Una umiltà che per Michele De Feudis del Fatto quotidiano riesce a sporcarsi i piedi per cambiare l’orizzonte.

La crisi del Sud e della Basilicata, in particolare, caro Andrea Di Consoli, si è acuita soprattutto per la mancanza di uomini come Scotellaro e  Rossi Doria. Siamo senza eredi per dirla alla Serino.

La mancanza di uomini alla Scotellaro e  Rossi Doria , uomini che amavano sporcarsi le scarpe attraversando in lungo e in largo le contrade della Lucania e del   Mezzogiorno ci rimproverano per il nostro snobismo e per la nostra boria.

L’umiltà agognata dal sottoscritto e dai tanti “scritti” di  Andrea Di Consoli si ciba di persone pragmatiche e laiche che non gridano, che si misurano con la realtà con asciuttezza e severità di giudizio  e che non amano astratte formulazioni ideologiche.

Vorrei ricordare a me stesso, ad Andrea e ai grillini lucani, le ultime affermazioni del Rossi Doria, prima di morire:  “Ormai camminavo tenendo davanti agli occhi la prospettiva che la rivoluzione non ci sarebbe stata, che il vecchio regime avrebbe preso il sopravvento sul nuovo, che l’intellettuale, cosiddetto organico, sarebbe stato sconfitto sino a quando non avesse imparato a fare i conti con la realtà e a sporcarsi le scarpe di fango, per acquisire quelle doti che sono solo in possesso dei cavalli dal fiato lungo”.

Dove sono finiti  i cavalli dal fiato lungo?

Forse, in Basilicata, personaggi alla Rocco Scotellaro che possono fregiarsi del titolo di “cavalli di razza dal fiato lungo”  sono scomparsi da tempo immemorabile.

mauro.armando.tita@alice.it    

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